Pubblicato il: 18 October 2016 alle 11:44 am
Un business da 40.000 euro l’anno a paziente che “orientava” i dializzati verso centri privati.
Avrebbero approfittato del rapporto diretto con pazienti affetti da patologie nefrologiche e bisognosi di terapia dialitica per orientarli, anche attraverso “pressioni psicologiche”, verso centri dialisi privati riconducibili al gruppo Diaverum o al centro dialisi Le Ciminiere.
L’indagine delle Fiamme Gialle, chiamata “Bloody money”, soldi insanguinati, ha portato all’arresto di cinque soggetti fra cui due dirigenti medici e tre imprenditori. Si tratta di Francesco Messina Denaro, classe ’61, procuratore speciale della Diaverum Italia Srl per la Sicilia, Salvatore Guarino, classe ’51 e Carmelo Papa, classe ’56, rispettivamente amministratore di fatto e di diritto del centro dialisi privato “Le Ciminiere Srl”; Giorgio Leone, classe ’64 ed Elvia Sicurezza, classe ’51, dirigenti medici rispettivamente in servizio presso i Reparti di Nefrologia e Dialisi degli ospedali Garibaldi e Vittorio Emanuele di Catania.
Gli indagati, posti agli arresti domiciliari, rispondono di associazione a delinquere, gli episodi corruttivi per atti contrari ai doveri di ufficio, sarebbero stati posti in essere tra luglio 2014 e aprile 2015.
Il giudice ha inoltre disposto, l’interrogatorio di garanzia per la nomina di un commissario giudiziale per un anno a carico delle due società coinvolte nelle indagini, la Diaverum Italia Srl e “Le Ciminiere Srl”; ritenute responsabili ai sensi del D.Lgs. 231/2001.
Le società Diaverum e Le Ciminiere, i cui centri dialisi sono risultati i destinatari privilegiati dei pazienti dialitici, si garantivano, da un lato, l’erogazione di cospicui contributi pubblici (pari a circa 40.000 euro annui per paziente); dall’altro, l’acquisizione progressiva di quote di mercato tali da creare una posizione dominante nel settore dialitico privato della Sicilia orientale.
La Diaverum, inserita in un gruppo internazionale di assoluto rilievo, operativo in 20 nazioni, 9000 dipendenti, 29.000 pazienti in cura, volume d’affari oltre 580 milioni di euro, si è avvalsa dell’opera dell’amministratore delegato (fino al febbraio di quest’anno) Gianpaolo Barone Lumaga e del “Ragioniere”, procuratore speciale per la Sicilia, Francesco Messina Denaro alias Gianfranco Messina. Quest’ultimo, nato a Castelvetrano il 18 agosto 1961, ha un legame di parentela con il noto boss latitante Matteo Messina Denaro essendo i rispettivi nonni Francesco, classe 1884, e Salvatore, classe 1891, fratelli.
Secondo gli investigatori la loro azione commerciale è stata apertamente mirata all’espansione dell’azienda nel settore dialitico privato attraverso l’assegnazione di pazienti da strutture pubbliche, ma anche mediante la progressiva acquisizione di centri privati operanti nella regione siciliana, la cui attività era scemata nel tempo in ragione dell’ascesa della Diaverum e de Le Ciminiere.
I manager della Diaverum mantenevano costanti i contatti con gli interlocutori pubblici e privati in modo da preservare il numero dei pazienti assistiti e possibilmente da incrementarli per il futuro. Il personale della pubblica sanità corrotto, invece, infermieri e medici, in aperto conflitto di interessi e pienamente consapevole di compiere atti contrari al proprio ufficio, veniva compensato dagli imprenditori corruttori con assunzioni clientelari dei propri familiari nonché stipendi, consulenze e bonus contrattuali artatamente “gonfiati” ed attribuiti a prestanome o parenti
Nei confronti dei sei principali indagati è stato configurato, come si è detto, il reato di associazione a delinquere di cui all’articolo 416 del codice penale, per aver promosso, organizzato e gestito un vero e proprio sistema, finalizzato al costante sviamento di pazienti dalle struttura sanitarie pubbliche a quelle private caratterizzato da:
- un trattamento meramente “commerciale” delle persone dializzate, le quali in alcune conversazioni registrate venivano addiruttura considerate “regali” o “numeri da portare”;
- un progressivo e sensibile aumento dei flussi di spesa pubblica erogati per il rimborso delle prestazioni effettuate dai centri privati.
Nessuna responsabilità penale è emersa in capo alle strutture ospedaliere catanesi citate dove prestavano servizio i Dirigenti medici e gli infermieri corrotti.
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